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Le vediamo tanto spesso che ormai ci abbiamo fatto l’abitudine. Stanno là, ancorate al porto, dietro al serpentone d’asfalto contro cui sbatte l’occhio una volta superato il Passaggio di Sant’Andrea. Le bianche navi della Un Ro- Ro fanno capolino oltre il bagno Ausonia, e sorridono mentre si riempiono di centinaia di tir diretti lungo la trafficata rotta Trieste- Istanbul. Il servizio è pressoché quotidiano: si parte la sera da Istanbul, si arriva tre giorni dopo a Trieste. Gli unici passeggeri a bordo sono quelli che mandano avanti la nave e pochi altri: capitano, ufficiali, tecnici, chef e una manciata di camionisti.

Queste non sono imbarcazioni destinate ai turisti, a bordo non ci sono divertimenti e la noia si nasconde pressoché ovunque. I primi a darne conferma sono gli ufficiali: gliela leggi negli occhi la nostalgia della terraferma. Sono giovani, ancora troppo giovani per accettare di buon grado la solitudine. Il più giovane ha vent’anni, fa l’elettricista e si chiama Deniz; il più vecchio, Acerkan, è il secondo ufficiale e ne ha ventisette. In mezzo ci sono Bugra, terzo ufficiale, venticinque; Ugur ventisei, ingegnere; Atahan cadetto, diciannove. Potrebbero trovarsi in gita scolastica e invece su queste navi ci lavorano come fanno i grandi: turni, responsabilità, pochi momenti liberi. La routine ha fatto presto ad offuscargli la poesia che si racconta per mare, ma per chi di traversate è poco avvezzo, il panorama che si schiude di primo mattino, oltre le pesanti tende scolorate della cabina, non ha paragoni. Neppure una nuvola, soltanto qualche leggera formazione laggiù, lungo i rilievi appena distinguibili della costa greca. Ieri notte si è lasciata la Turchia; ci troviamo adesso a scansare le piccole isolette che affollano il primo tratto del Mar Egeo.


Sul ponte di comando, Bugra illustra dovizioso la nostra posizione: un piccolo tondino cerchiato di rosso che avanza impercettibile sul monitor, mentre lo schermo di fianco rivela la presenza delle altre imbarcazioni e i tempi di una non auspicabile collisione. “Vedi – dice – da questa parte stanno scritte le ore che mancano all’arrivo a Trieste, la velocità e la pressione. Ma se preferisci ti faccio vedere la cartina. Vieni”. E cartina dopo cartina, mi sorge il dubbio: “Arriveremo davvero venerdì? Oggi è mercoledì e stiamo ancora quaggiù..”. Il ragazzo sa il fatto suo: nonostante abbia iniziato ad imbarcarsi appena a novembre, il pilota è lui, e l’attenzione che dedica ai comandi è tutt’altro che novellina. E’ così giovane Bugra, che ancora mi stupisce possa rivestire un ruolo tanto importante dentro una compagnia di navigazione: “Così funzionano le cose in questo mestiere – commenta – qui i giovani trovano impiego subito, spesso ancor prima di aver terminato gli studi. Si guadagna bene, e questo è importante se si vuole risparmiare per il futuro”. Già, i soldi. Con lui e gli altri non si fa altro che parlare di money. “Le donne non ti guardano se non hai soldi – dice Deniz – quando capiscono che non sei ricco ti salutano senza pensarci due volte”.


I tecnici, sempre reperibili, staccano di lavorare verso le 17; i tre ufficiali si alternano al comando con turni di quattro ore ciascuno, mentre il capitano esce di rado dalla doppia suite, lo si incrocia solo a pranzo e cena nella hall. Le serate si trascorrono in stanza, davanti alla tv e alla musica del computer che bombarda le orecchie di dance commerciale. “Siete amici?” – domando a Deniz mentre Ugur scende in cucina a prendere del caffè – “Siamo colleghi, costretti in un certo senso ad essere amici perché viviamo in uno spazio ristretto, ma fuori di qua non ci cerchiamo per uscire insieme. Credo ci sentiamo tutti molti soli qui”. Lontani per mesi dalle famiglie, dagli affetti, dalle fidanzate; lontani dalle feste, dagli amici, dalla vita di ogni altro giovane della loro età. Il tutto in nome della passione, o del dio denaro. “Quando torniamo a casa – aggiunge Ugur – abbiamo un mese, anzi tre settimane, per rifarci del tempo perso. Ma che cos’è un mese?!”. Lui per esempio esce, non sta mai fermo, è sempre in giro. Deniz dorme. Bugra se ne va a Cipro. Quanto ama la sua isola! “Prima di imbarcarmi – racconta – lavoravo come fotografo e videomaker. Ho deciso di navigare perchè è l’unico lavoro che mi dà la possibilità, tra dieci anni, di comprarmi una casetta a Cipro e lì passare in bellezza il resto dei miei giorni”. Prende il computer, non sta nella pelle di far vedere a qualcuno di nuovo le foto con gli amici isolani: “Guarda che meraviglia! Il mare, e tutt’intorno ci sono resort.. la popolazione locale però vive da un’altra parte.. E qui siamo finiti al casinò. Ah, quanto mi sono divertito!”. “E lei? La tua fidanzata?” – chiedo – “Ex – risponde lui – mi ha lasciato quando mi sono imbarcato la seconda volta. Non voleva più aspettare”. I colleghi ci lasciano soli, quasi non vogliano sentire la storia che è un pò anche la loro. “Così vanno le cose, e che ci posso fare? – continua abbassando gli occhi – Il nostro è un mestiere duro. 24 ore su 24 senza una vita privata. Forse tra tre anni non parlerò così, ma adesso è questo che sento e che ho scelto, anche se ogni tanto mi sento perso”. L’emozione trapela senza grandi freni. Quanto gli mancano le ragazze! E la sua auto, e i clubs dove andare a ballare.. Tra uomini non si parla con gli occhi lucidi, una presenza femminile aiuta così a liberarsi il cuore dai mattoni.


Mentre i ragazzi sono interessati a discutere di religione, relazioni tra sessi e diversità culturale, i dieci camionisti del primo piano non pensano che a ciondolarsi tra il letto e la mensa. La televisione perennemente accesa accompagna il pranzo delle 11.30, la cena delle 18 e tutto il resto della notte e del giorno dopo ancora. Televisione turca, tra le poche peggiori a quella nostrana: i sei camionisti iraniani ringraziano il cielo di capirne poco o nulla. Sulla casa galleggiante tutto è nuovo, soprattutto gli spazi. La nave è un mondo in miniatura, persino Haydar, Rahim e Turgut, in cucina, sembrano finti. Ufficiali e manovalanza non si mescolano, neppure quando si tratta di mettere a tacere lo stomaco. La vita in mare è come quella di caserma. Chi costituisce l’anello di giunzione tra i due mondi sono loro, due omini in camicia bianca e lo chef. Oltre il mare, l’unico elemento comune è il cibo, cibo tipicamente turco, abbastanza carico di carne e pesantezza, ma uguale per tutti.
La sera prima dell’arrivo ci troviamo in stanza di Bugra ridendo dei nights triestini vicini al porto. La città è ormai vicina e i ragazzi raccontano delle libere uscite, quelle poche volte che sono riusciti a fermarsi più di un giorno. “Non abbiamo tempo di fare amicizie – precisa Bugra – Andiamo a fare shopping.. Ugru non fa che comprare borse.. Come se me ne fregasse qualcosa dello shopping, maledizione! Tu sei la prima persona con cui parliamo, la prima amica di Trieste”.


E’ mattina, la nebbiolina si dirada lasciando scoprire il Castello di Miramare. Poi appare il faro, il Castello di San Giusto, le case, i tetti tutti insieme. Il golfo è al completo. Una pennellata sembra, senza un colore dominante, solo qualche punta di grigio, racchiusa dentro un libro di favole. Arriva anche la motovedetta dei piloti; uno sale e accompagna il capitano all’attracco. Ci avviciniamo. Sorpassiamo il moletto, e il bagno che d’estate si riempie di sardine stese al sole. Ecco la terraferma. Dal pontile la nave sembra così grande, e l’omino giù sotto tanto innocuo. Piano piano ogni cosa riacquista le dimensioni effettive di realtà, ma incamminandosi sul lungo mare sembra ancora di volare ad un paio di metri da terra.

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