sinborderò

TRANSASIAEXPRESS_ultima puntata

novembre 20, 2009 · Lascia un commento

Il responsabile di carrozza è pedante e non smette di ricordare che le donne devono indossare il velo, specie fuori dal treno, alla stazione, bisogna coprirsi bene o sono casini. Alle prime luci dell’alba il serpentone iraniano si mostra in tutta la sua sontuosità: la moquette è dappertutto, poco ci manca di vedere tappeti appiccicati al soffitto; dalle tendine color speranza si infiltrano timide fasce luminose che rivelano un arredamento retrò, vibrazioni paglierine e del marrone antiestetico. I finestrini sono appannati e l’ambientazione è resa ancor più caratteristica dal persistere di antichi odori umani che nessuno ha ancora provveduto ad ossigenare.
In cuccetta adesso siamo noi quattro europei: Felix mollerà il colpo a Tabriz, mentre io, Luis e Matthias abbiamo già cominciato il conto alla rovescia.
L’ultimo giorno in treno, stasera finalmente arriveremo a Teheran.
Dopo la notte intorpidita dal freddo e dalla veglia, ci concediamo qualche ora di sonno.
Distesa sul lenzuolo che ricorda più la carta di giornale che un tessuto di cotone, mi abbandono ai pensieri belli, tanto semplici da apparire infantili. Guardo gli altri russare, ascolto il suono delle rotaie, ogni tanto sposto la tenda e vedo gli alberi scorrere fuori come emozioni imprigionate dentro un tamburo di latta. Un colore ambrato permea ogni cosa, i prati luccicano e le scintille appaiono e scompaiono ad intermittenza. Vorrei dormire o continuare a fantasticare, immaginare una volta ancora l’Iran che mi aspetta, i volti da fotografare, le strade, i racconti da scrivere, il bazar, gli occhi, le mani della gente, le sue parole. Tutto è indefinito ancora, e mi sento libera: mi diverto a contornarlo, a creare situazioni, luoghi e umanità, nell’attesa che alla realtà fittizia si sostituisca presto l’esistente con le sue regole.
Passports!” – urla la voce dopo aver spalancato lo sportello della cuccetta – Con le teste ancora sotto la coperta, porgiamo diligenti i documenti e ci facciamo riconoscere sbarrando gli occhi sbigottiti dalla luce. I controlli della polizia non danno tregua, si ripetono regolari ma non distolgono dal breve letargo.
Al risveglio Felix non c’è più, abbiamo già passato Tabriz.
Comincio a sentire l’eccitazione dell’arrivo, i movimenti si fanno veloci e quella sensazione di forzata immobilità nella quale prima mi crogiolavo comincia adesso a farsi stretta.
Anche la testa è asfissiata dal caldo quando ci fermiamo in un’assolata stazione per la preghiera del Ramazan: il canto del muezzin dura venti minuti, un’eternità, durante la quale tutto si ferma, uomini, mezzi e servizi. Alla fontana c’è chi si lava i piedi, un padre col figlio si riparano all’ombra di una piccola pianta, e una lunga fila di tappetini adorna lo spiazzo d’ingresso alla stazione. Intere famiglie scendono dal treno, si fanno posto e in ginocchio cominciano a pregare. “Fermare un treno per pregare?” – mi domando mentre osservo la scena dalla carrozza ristorante – Certo può far sorridere, al Paese nostro non succederebbe se non per ragioni sindacali. Mi pare un vero sfoggio di ricchezza, questo tempo prezioso che i fedeli si concedono per parlare con Dio, e la loro preghiera altro non è che un pretesto per non dimenticare se stessi. Sarebbe forse il caso di tenere a mente certi atteggiamenti e farne tesoro.
Concluse le cerimonie, il Trans Asia riparte: ai due tavolini di fronte una coppia conclude incurante il pranzo, io aspetto di vedermi servito il caffè, mentre la carrozza si anima di thermos e piatti di riso colorati di zafferano.
Gli iraniani sono un popolo dall’ospitalità incredibile, non c’è luogo nel Paese dove ci si possa trovare soli e abbandonati: indirizzi, numeri di telefono, contatti, consigli di viaggio e trasporto abbondano sulla tavola insieme alle cartine geografiche e ai bicchieri di chai. “Questo è il mio numero – dice Hamid con fare pomposo – ovunque tu decida di andare basta che mi chiami e ti farò trovare tutto il necessario.
Questo è il numero della mia fidanzata a Mashhad, lei parla inglese, vi capirete. E questo è per te, ne avrai bisogno per telefonare, dentro dovrebbe esserci ancora qualche spicciolo”. Il vecchio volpone mi regala una sim telefonica: i rifiuti non valgono a nulla perchè quella scheda me la porterò appresso lungo tutto l’Iran, insieme ai numeri dei conoscenti che vi ha dimenticato registrati. Non ci si può negare un regalo fatto col cuore, e quella sim tanto utile quanto perennemente irrintracciabile, mi permetterà di chiamare una bellissima donna architetto di nome Noushin, conoscere il mio interprete e insegnante di farsi Arash, raccontare la vita della piccola Toeh, scambiare punti di vista con il caro professore filosofo Musa..
Capisco adesso perché la gente abbia scelto il treno, il Trans Asia, per tornare verso casa. Per me si è trattato di curiosità, per loro è la vita. I tempi rallentati, le pause, l’avanzare per incognite, le sorprese, non sono soltanto dettagli ma il succo dell’esistenza. Certo il treno permette di trasportare molti bagagli, smerciare, fare affari, muoversi, camminare, sentirsi più ad agio che su un autobus o in aereo, ma non è solo la comodità a farla da padrona. Quel treno appartiene all’Asia per una ragione che sarà difficile da capire fintanto che ci ostineremo a pensare alle strette di mano come a fugaci presentazioni di circostanza. E’ l’approccio quello che fa la differenza, il modo di intendere i rapporti umani, il significato che attribuiamo loro e, in fondo, quanto di noi stessi siamo disposti a concedere senza aspettare nulla in cambio.
Piove a Teheran il 30 agosto. Gocce leggerissime e sporche di fuliggine. E’ mezzanotte e regna uno strano silenzio. Capiamo di essere arrivati in stazione solo quando usciamo dall’entrata e i taxi fanno la fila per acchiapparci. Presto una manciata di toman a Matthias e salgo sull’auto gialla.
E’ sempre un gran piacere abbandonarsi alla guida di un tassinaro dentro alla città sconosciuta, sorridere al sottofondo folcloristico di una radio locale, curiosare tra le insegne nella notte, assorbire l’odore di novità che sale dal finestrino abbassato, e decollare su di una lunghissima pista asfaltata, dritta, brillante e fradicia di aspettativa.

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TRANSASIAEXPRESS_3 puntata

novembre 19, 2009 · 1 commento

Leggere Lolita a Teheran non è più proibito, ma Luis non ci ha pensato due volte a shockare la copertina del suo libro – meglio evitare l’esibizione di donnine nude – avrà pensato. Seduti al vagone ristorante, dentro al silenzio delle reciproche letture, si incastrano sguardi smarriti e incantati. Con dovizia di particolari, gli uomini straordinari di Gurdjieff descrivono la moviola che invano tento di catturare dal finestrino: nient’altro che vallate verdi, corsi d’acqua, gole impervie e sprofondi color sabbia. Il treno si ferma per qualche minuto, cede il binario, riparte, e gli operai della ferrovia salutano. Mi sento uno scultore incosciente, capace di modellare una statua d’argilla fresca con un solo battito di ciglia, e imbarazzato, quasi che il mio passaggio qui possa modificare il corso degli eventi e turbare gli istanti di un tempo rimasto nascosto all’impazienza.
Settanta ore di viaggio sembrano un’eternità, in realtà tanto si avanza con lentezza tanto i pensieri di ieri si fanno evanescenti, rallentano e infine scompaiono.
Qualche posto più avanti siedono tre donne, le figlie – immagino – insieme alla mamma. La più grande avrà 26 anni, occhioni grandi, tondi e lunghe ciglia impastrocciate di rimmel che sbatte con fare annoiato. E’ carina, ha le unghie smaltate di rosso, la coda alta di cavallo e due ciocche di capelli le scendono ai lati del viso. Sorride quando i nostri sguardi si incrociano, e capita spesso perché entrambe siamo curiose l’una dell’altra. Lei allora mette da parte la timidezza per un’inglese poco più che infarinato, e io rispondo alla sorpresa che le ha suscitato una giovane viaggiatrice diretta in Iran.
Saba ha da poco concluso l’università a Tabriz, traduzione inglese- farsi, ed è di ritorno da Istanbul dov’è andata ad informarsi sui corsi di laurea specialistica.“La vita in Iran è difficile – racconta – ad Istanbul ho uno zio, perché non provarci ad andare via?”.
Non c’è bisogno di fare domande, Saba è un fiume in piena, e quando non porta le ginocchia al petto o si arriccia nervosamente i capelli, parla a ruota libera come non avesse aspettato di fare altro per tutto il tragitto.
“Con la mia famiglia abitiamo nella regione dell’Azerbaijan iraniano, ma l’azero non lo possiamo parlare, è proibito. Certo, in casa, facciamo quello che vogliamo, come tante cose vietate fuori ma necessarie nell’intimo delle mura domestiche per convincerci di avere ancora una vita normale. Urmia, la mia città, è piccola, lì non sarei potuta scendere in strada a manifestare perché mi avrebbero fatta fuori all’istante; a Teheran invece è stato diverso, erano in tantissimi, milioni! Non capisco come siano potute accadere quelle violenze, quando ci penso, ti giuro, mi viene un nervoso.. Quella ragazza, Neda, aveva l’età di mia sorella. E’ diventata un eroe, un simbolo all’estero, ma per noi qui tutto continua come prima.” “A cosa ti riferisci?” – le chiedo – “Il velo per esempio. In Turchia me ne stavo così, come mi vedi, maniche corte, pantaloncini e infradito.. persino le infradito! Adesso invece mi devo riabituare all’uniforme, e fa ancora caldo. Poi c’è internet, lentissimo, e i filtri da usare per chattare su facebook; le feste segrete dove la polizia viene pagata per chiudere gli occhi e passare avanti.. Al tuo Paese invece, in Italia, come funzionano le cose?”. Sorrido. Non saprei da quali pantomime cominciare il mio racconto, e con sollievo il paragone viene interrotto dall’arrivo nella stazione fantasma di Tatvan: tutti fuori, il traghetto aspetta di attraversare il lago di Van e condurci alla città omonima per salire sul prossimo treno, persiano stavolta, anche nell’arredamento.

 

Si è fatto pomeriggio tardo, quando partiamo la luce del tramonto illumina i volti di quanti stanno a poppa sorseggiando tè e riscaldando le palpebre accecate d’arancione. Saba adesso è con noi, anche lei nel cerchio dei quattro stranieri.

Ha proprio un bel portamento, la osservo mentre tiene banco con la sua gestualità e il fisico slanciato da indossatrice. “Sono stata innamorata una sola volta, ma non accadrà mai più – esordisce davanti una platea di uomini lasciandomi esterrefatta – Come si può pensare di sposare qualcuno senza averci mai vissuto insieme un solo giorno? Ho imparato a reprimere le mie sensazioni, so che non è giusto ma inghiotto, le mando giù come bocconi di pane perché non ne posso parlare con nessuno. Cambierebbe forse qualcosa se ne parlassi? No. E con chi? Mia madre? Non potrei mai. E neppure con mia sorella, è troppo giovane. Ecco come si vive oggi in Iran, facendosi un sacco di pensieri contorti, paranoie e ragionamenti malati”.
Lo sfogo lascia tutti senza parole, nessuno si sarebbe aspettato una confidenza tale. Ci guardiamo ammutoliti. La confessione, senza vergogna, noncurante delle conseguenze, mi lascia piacevolmente scossa. Apprezzo ancora una volta questa piccola donna, che prima di tornarsene dai genitori e prepararsi a scendere dal traghetto, si è raccomandata a che mi comportassi bene e indossassi il russari, il velo, fin da primo momento a Van. “Attenta che le guardie non scherzano – mi ha detto con una punta di agitazione – se non ti copri non ti faranno neppure andare al bagno..”. Da Van saliamo sul nuovo treno, che dopo Kapikoy e la fila sonnolenta al confine, si sarebbe spinto ancora più in là, ancora verso est, togliendoci un’altra ora e mezza di sonno.
Mi è parso di vedere qualcosa dentro a quegli occhi da gatta. Sì, Saba è viziata, coccolata e rassicurata, ma questo non le basta. Mamma e papà la mantengono e lei vorrebbe scrollarsi di dosso quel peso che la riconoscenza a volte trasforma in senso di colpa. Anche lei vorrebbe zompare dalla finestra e bighellonare sui tetti come fanno gli altri gatti. Anche lei come loro, senza le vertigini che tolgono fiato e coraggio. Chissà che il Tran Asia non sia per Saba l’avvio di una ricerca, una via di fuga all’inquietudine; chissà che Istanbul non rappresenti la sua prima piccola fuga verso l’indipendenza.

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TRANSASIAEXPRESS_2 puntata

novembre 18, 2009 · Lascia un commento

Istanbul, stazione di Haydarpasa, 26 agosto 2009. C’era d’aspettarselo: altro che 21.30, il treno partirà a mezzanotte, e in giro non c’è anima viva, quasi che il ritardo abbia messo a zittire anche le lancette del grande orologio della sala d’aspetto. Gli unici segnali di sollievo arrivano dal baracchino del tabaccaio e dalle luci di una caffetteria con le porte chiuse. Faccio rifornimento di sigarette e busso a quello che sembra essere più un ritrovo di marinai che il ristorante di una stazione ferroviaria.

“Stiamo chiudendo” – informa uno degli avventori – ma una birra fresca non si nega ad un viaggiatore, soprattutto se deve intraprendere un lungo viaggio e l’attesa potrebbe rivelarsi poco divertente. L’oste sulle prime è contrariato, il turno di lavoro è finito e vuole andarsene a casa, ma i compagni di bevute non gli danno tregua, e alla fine dovrà arrendersi a sciacquare qualche bicchiere in più.
Reti da pesca cadono come ragnatele dal soffitto fino a toccare terra, al centro della sala è posizionato il relitto di una mezza barca, e il grande schermo trasmette un incontro di calcio seguito da qualche commento poco edificante. Dietro al banco si avvicenda un gran via vai di birrette, interrotto spesso e volentieri dai toni poco diplomatici del locandiere spodestato. L’atmosfera casereccia viene d’un tratto zittita dall’arrivo di un giovane che ordina una birra: tutti ridono, mentre l’oste si mette le mani nei capelli perché già sa che non si chiuderà prima della partenza dell’ultimo treno. Il nostro. Lo straniero si chiama Felix, è tedesco e diventerà il mio compagno di cuccetta fino a Tabriz. Un blogger rasato e un po’ bamboccione, non molla un attimo la presa da un laptop microscopico, dalla macchina fotografica, e da incomprensibili diavolerie tecnologiche che tiene mescolate nella sacca insieme alla bottiglia di whisky di cui va fiero, e che gli costerà una sonora sbronza solitaria al sopraggiungere del confine iraniano. Quando il vecchio del raki abbandona la postazione semistraiata, che per tutta la sera lo aveva retto al bancone, è tempo di levare le tende.
Il treno scalpita sul binario, una decina di minuti e partirà verso oriente.
A bordo il buio è totale, così come il silenzio interrotto solamente da quel rumore di rotaie che di lì a poco diventerà la musica di sottofondo per tre notti e quasi quattro giorni. Due cuscini, due coperte, un panino e qualche risata. Il tempo ancora di darsi la buonanotte e sprofondare nel sonno, alleggerito dalla soddisfazione di essere a bordo e non poter più scendere. In viaggio finalmente.
Tutto tace fino alle luci della mattina inoltrata. La prima lunga fermata è quella di Ankara: si scende per sgranchirsi le gambe, lavarsi la faccia nella fontana, bere una tazza di tè e conoscere i passeggeri risvegliati dall’arrivo in stazione.

Una mamma rincorre il figlioletto che strepita sul binario, Felix chiacchiera con Luis e Matthias, mentre una coppia si scambia thermos e bicchieri seduta sulla panchina. In tutto siamo quattro, quattro turisti disposti in cerchio e osservati a distanza con curiosità e benevolenza. La notizia fa il giro del treno: un’italiana, due tedeschi e un portoghese sono diretti in Iran, sembra impossibile, ma è soprattutto l’italiana, sola e non sposata, a farli restare a bocca aperta.

Si avanza, lentissimi, ad una velocità che sfiora appena i venti chilometri orari e che lascia il tempo di osservare l’Anatolia scorrere dal finestrino: le sue case, la polvere, una staccionata, gli alberi lontani, una finestra e sotto una donna cammina con in braccio la borsa della spesa. Sdraiata in cuccetta, le gambe sono incrociate, il libro aperto a metà e la testa svuotata. Mi accorgo di aver trascorso in quella posizione un numero indefinito di ore quando il sole ha fatto il suo corso in cielo, ha cambiato inclinazione e non mi scalda più i piedi. Il paesaggio incontaminato, privato dell’intervento umano rasserena l’animo, lo alleggerisce. Da queste parti non si vedono auto né edifici, strade asfaltate, lamiere o cemento; solo qualche tenda al bordo della radura, colline vergini, i pali della corrente che fiancheggiano l’avanzare delle carrozze e accompagnano il lavoro di contadini e pastori intenti a recuperare capre inchiodate su pendii scoscesi.

I pomeriggi trascorrono sonnolenti anche sulla carrozza ristorante: gli sbadigli dello chef vengono interrotti dall’unica presenza araba a bordo, quella di Edna, un nababbo di Najaf, che ordina un frugale piatto di carne colorata e se ne torna in cuccetta a finire il pacchetto di sigarette. A differenza sua, tutti gli altri si arrangiano: fornelli e odore di cipolle, padelline, bollitore per il riso, scatolette di piselli, pomodori e peperoni verdi, piatti di plastica, samovar e borse colme di pane turco. Tutto è incastrato al millimetro dentro la cuccetta trasformata per l’occasione in cucina, salotto o camera da letto. Hamid non parla inglese ma si fa capire alla perfezione: “Su, avanti, mangiate, ce n’é per tutti – continua a ripetere spostandosi lungo il corridoio per accertarsi che tutti abbiano di che cenare – è lei la cuoca, mia sorella. Si chiama Hefeh”. Insieme a lei Sara, Shohreh, Hakimy, Masoud.. saranno una decina tra amici, figli, nipoti, parenti, e Hamid si occupa di tutti loro come un padre. Non si capisce bene cosa faccia per poterselo permettere, soltanto i timbri del passaporto lasciano intendere che si tratta di commercio, quel genere di import- export tanto in voga tra gli iraniani di tutti i tempi.
Fuori si è fatta notte, tenere testa all’appetito iraniano non è cosa semplice, così con Matthias smezziamo il piatto straboccante di riso e ce ne andiamo a gustare le stelle. Lui sì sta viaggiando davvero, chissà cosa vede dietro a quella mezza luna rossa e la sigaretta spenta. E’ partito mesi fa dalla Germania, ha attraversato i Balcani fino ad arrivare in Turchia, e a bordo del Trans Asia continuerà la strada verso Oriente, fino a che avrà energie, curiosità, passione. Fino a quando lo vorrà.

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TRANSASIAEXPRESS_1 puntata

novembre 17, 2009 · Lascia un commento


Please typewrite only”: così si legge sul modulo di richiesta del visto, appena sotto l’intestazione del Consolato della Repubblica islamica dell’Iran. Typewrite? E dove trovarla oggi una macchina da scrivere? Si tratta di un vero e proprio vintage, di quelli che vanno a ruba tra gli appassionati di mercatini pre- elettronici, e scovarne un esemplare funzionante significa rovistare nella propria e altrui soffitta, sperare nelle sorprese di vecchi conoscenti e, Inshallah, tornarsene a casa vittoriosi con una valigia pesante come un sacco di cemento.
Non devono essere molti i turisti diretti in Iran, specie di questi tempi, e anche i funzionari consolari non perdono tempo in sorrisi né si preoccupano di rassicurare l’occidentale intimorito dal loro accento esotico: non proferiscono spiegazione quando il visto viene rifiutato, ma uno stuzzicante profumo di fortuna accompagna il pagamento del secondo giro di roulette. E la telefonata non tarda ad arrivare in una piovigginosa mattinata di agosto: “Teheran le ha concesso il visto. Il passaporto arriverà a casa tra un paio di giorni”.
Immaginare l’Iran senza esserci mai stati è impossibile. Ma le emozioni e l’adrenalina che hanno preso a scorrere dentro al corpo quelle sì, che si possono descrivere, e raccontare con occhi spalancati.
Sono trascorse alcune settimane dalle elezioni che hanno riconfermato il presidente in carica Ahmadinejad, e mentre le immagini delle manifestazioni di piazza facevano il giro del mondo, un nuovo Iran aveva già cominciato a far sentire la voce. Green Revolution. Un ruggito. Sembra quasi di udirlo, vederlo uscire dagli schermi come un tornado, spazientito e incontrollabile. “Na Ghaze na Lobnan, janam fadaje Iran- No Gaza, no Libano. Sacrificherò la mia vita per l’Iran”. Un pugno nello stomaco. Chi sono i ragazzi di Enghelab Street? Quale la ragione di pacifici cortei trasformati in carneficine? E il ruolo dei blog, dei video su Youtube e dei cinguettii di Twitter? La censura ci ha provato a zittirli, la repressione li ha mandati in carcere, al creatore e sulla forca, ma non ha impedito a che venisse fatta informazione. Costi quello che costi, quei ragazzi hanno dimostrato coraggio da vendere: senza considerare le favole dell’agenzia Irna, i rassicuranti comunicati governativi e il rimpatrio dei corrispondenti esteri, i veri giornalisti della “primavera verde” sono stati loro, dotati d’inventiva e di uno spirito che fa invidia ai migliori reporter di guerra.
La briga di conoscerli davvero però non se l’è presa nessuno. Cosa sappiamo delle loro vite? Il passato non basta, il presente è ridotto alla cronaca degli accadimenti, mentre il futuro non è che un sostantivo di circostanza, un rovinoso tentativo di assicurare l’happy end.
I ragazzi dell’Iran di oggi non sono soltanto gli abili contestatori che abbiamo conosciuto sul web, i teenager dai braccialetti verdi o i sostenitori del riformista Mossavi, che nella capitale hanno marciato sullo stesso lunghissimo viale sul quale si svolsero le imponenti manifestazioni della rivoluzione contro la monarchia Pahlavi. Per rendere loro giustizia si dovrebbe entrare nelle loro case, levarsi le scarpe, farsi offrire un tè seduti sul tappeto, e ascoltare i racconti degli esami di ammissione all’università, i mille lavori per mantenere una passione, il fidanzato che forse non è quello giusto, i giovedì sera della shisha, la religione che si vorrebbe mandare a quel paese, le ferie sul Mar Caspio..
Partire quindi e andargli incontro, sì, ma come? Non riesco proprio ad immaginarmi diretta in Medio Oriente a bordo di un volo di linea, atterrare con uno schiocco di dita a Teheran, prendere il primo taxi ed infilarmi come scarpe strette dentro il traffico incartapecorito della highway. Non è questo il modo. Troppo veloce, stupido e indolore. No, la Persia dev’essere cucinata con pazienza, col mestolo di legno, fatta riposare, evaporare e mescolata ancora, a fuoco basso basso. L’attesa e la scoperta devono lasciare il posto alla preparazione lenta, al tempo necessario per svestirsi dalle abitudini acquisite e indossare l’animo di chi non ha nulla da insegnare ma solo tutto da capire. Il gusto si nasconde nei dettagli, e un viaggio via terra è un carnevale di sapori. Accanto alle modernissime schegge tedesche e ai 200 chilometri orari dell’alta velocità, esistono ancora treni dove spazio e tempo avanzano a braccetto, solidali, in equilibrio, seguendo i ritmi di uno scorrere naturale privato di ansie e appuntamenti da non mancare.
Il treno come una lenta via di fuga quindi non conosce velocità ma soltanto il lusso, quello vero, e sola garanzia di ricchezza, che è il lusso del tempo.
Per fare questo però è necessario imparare a dimenticare ogni genere di obbligazione con l’avanzare del tragitto, e lasciarsi cullare dagli itinerari che possono richiedere giorni, addirittura settimane, per attraversare steppe, delta fluviali, confini continentali. Eccolo allora il modo di arrivare in Persia: dalla Turchia, sul Trans Asia Express, addentrandomi un poco per volta dentro a quel mondo verso il quale sono diretta.

 

Nato nel 1971 per volontà dello scià di Persia, l’allora Vangolu Express che collegava Istanbul a Teheran prolungando il tragitto dell’Orient Express, è oggi un mezzo di spostamento vivace e rilassato: le carrozze passano tra Kayseri e i pascoli dell’Anatolia seguendo un percorso sterminato, inzuppato di voci, stelle, musiche, balli e aria condizionata. Molto poco lussuoso ma speziato, il Tran Asia accoglie un crocevia di cultura turca, curda, azera e persiana, che nel giro di tre giorni e mezzo conduce dritti dritti nel cuore della capitale iraniana.
Oggi qui e dopodomani laggiù, poco ci manca ad un coast to coast.
Tra Istanbul e Teheran la vanità delle piccole cose prende il sopravvento; cos’è l’arrivo e dove si trova la partenza perdono significato, mentre ogni sfumatura di colore scopre di possedere un nome e poter essere finalmente raccontata. (continua)

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Lucy in the sky of diamons

ottobre 1, 2009 · Lascia un commento

mountains

Sotto il cielo della Persia perchè quello di Teheran è una grossa nube di cemento armato, asmatica e congestionata. Pannocchie cucinata alla fiamma, abbrustolite e croccanti. Tanti piatti di finta ceramica, arancio, bianco riso, uva, grappoli, rosso melograno crepato al sole. Riserve di tarof. Risate. Clacson. Musica pop farsi. Volanti impazziti, chiudi gli occhi e spingi l’acceleratore. Saabs. Migliaia di gambe si divincolano, sopra i fazzoletti si levano al vento del tramonto. Guanti bianchi. Curiosità. Sguardi interrogativi. Spontaneità dove sei. Tappeti uguale materasso. Caldo, umido, deserto, laghi di sale, freddo secco, sauna, di nuovo caldo e montagne verdi. Ancora Saabs. Aereporti in preda all’isteria femminile. Babe velate. Iec, do, se. Toman o Rial? Facciamoci una Heineken. Vuoi il bagno? Cosa ne pensi dell’Iran? Pazzi. Mai visto tanti denti sorridere, e tanto make up. Passami la sigaretta, una battuta sulle dita, mercì.

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please typewrite only

luglio 12, 2009 · 1 commento

typewrite

Trovare oggi una macchina da scrivere per compilare un visto consolare è un’impresa di non poco conto. Se non altro per il trasporto della valigetta da un capo all’altro della città. Mai avrei pensato esistessero ancora documenti che necessitano della macchina da scrivere per essere riempiti. E così facendo non si può dire che l’ambasciata agevoli il richiedente, né sia interessata ad incrementare il turismo del proprio Paese. Mi auguro soltanto non si soffermi ad osservare gli errori di battitura, gli zeri fatti con le o, le x fuori casella e le minuscole fuori posto.
Tutto promette bene. Il viaggio è cominciato.

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gran galà

luglio 2, 2009 · Lascia un commento

Cara Farnesina ti scrivo.red zone
Vorrei congratularmi per l’efficienza dimostrata durante il G8 di Trieste.via del lazzaretto vecchio
Mi sono proprio divertita.rimozioni
Porterò sempre con me il ricordo del Gran Galà al Castello di Miramare,
entusiasmante.
Freschi come rose, sorridenti, insaziabili come le cruderie del buffet.
Pareva di stare in famiglia.
Peccato soltanto per gli invitati della Sala del Trono:tra gli invitati
se anche loro fossero stati in giardino ci saremmo divertiti di più.
Pazienza.
Ma la prossima volta ricorda anche di accreditare qualche giornalista,
la security è incorruttibile.

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Kosovo, gli scontri di Brdjani

giugno 7, 2009 · Lascia un commento

kosovo police e manifestanti serbi

5 maggio 2009. Non passa giorno che Musa Haliti non faccia visita alle case in costruzione a Kroi i Vitakut. Lì viveva con la sua famiglia fino a quando i serbi non decisero di cacciare lui e tutti gli abitanti albanesi kosovari del villaggio, costringendoli a diventare profughi di guerra in Albania.
Quel che rimane oggi di Kroi i Vitakut,
Brdjani in serbo, sono una ventina di case, appoggiate sulle colline che circondano Mitrovica, distrutte dalla violenza della guerriglia serba e dai bombardamenti Nato del 1999. “Il ventiquattro maggio del ’99 i serbi ci hanno mandati via – racconta Musa – per due mesi abbiamo vissuto in un campo profughi in Albania gestito dagli italiani e a settembre abbiamo fatto ritorno in Kosovo. Non siamo potuti però tornare nelle nostre case perché le avevano occupate i serbi”.
Musa, insieme alla moglie Sadete e ai sei figli, vive in un ex- orfanotrofio dove hanno trovato un tetto ventisette famiglie di profughi albanesi, centoventi persone in totale. Primo piano, una stanza e un bagno: quella che un tempo era una mensa, adesso è cucina, spazio comune e camera da letto per otto di loro. “Finalmente i lavori di ricostruzione sono cominciati – commenta sollevando gli occhi lucidi – mi sembra di essere stato liberato dalla prigione, per me e la mia famiglia comincia adesso una nuova vita. Ho rivisto la mia casa dopo quasi dieci anni e ho pianto perché non potevo andare a lavorarci. Adesso voglio morire soltanto dopo essere tornato a viverci”.
Mitrovica, città simbolo della divisione etnica kosovara, è spaccata in due: il ponte sul fiume Ibar rappresenta il confine, presidiato ventiquattro ore su ventiquattro dalla Kp, la Polizia kosovara e dai militari della Kfor. I serbi kosovari non si avvicinano alla parte sud e condividono l’esiguo territorio a disposizione con altre etnie come i bosniaks. Dal canto loro, gli albanesi tolgono le targhe kosovare qualche metro prima del ponte e ripartono alleggeriti verso nord. Da un paio di settimane gli abitanti serbi kosovari di Brdjani (il Kroi i Vitakut albanese), si oppongono alla costruzione e ricostruzione delle case degli albanesi nel quartiere. I fumi dei gas lacrimogeni, lanciati dalle forze Eulex per contrastare l’avanzata dei manifestanti, arrivano fin dentro i giardini delle case e la gente lamenta la perdita di api e galline. Gli abitanti che tentano di oltrepassare la “linea gialla” vengono ostacolati amichevolmente dalla Kp- Kosovo Police, supportata dalle unità speciali del Rosu- Regional Operation Special Units.
“Vivo qui da tutta la vita – racconta
Milos – e da quando sono arrivati quelli dell’Eulex le pressioni nei nostri confronti sono aumentate. L’Unmik capiva la situazione, loro invece proteggono gli albanesi”.

Milos non rivela il cognome, lavora per l’ufficio sicurezza di un ministero e teme rivendicazioni. Vive in una casa sulla salita antistante la piazza, un bel giardino, curato e ricoperto dai fiori delle fragole. Davanti l’uscio, la madre Rada insieme alla sorella Sladana, lo aspettano di ritorno dalla manifestazione mattutina. “La linea gialla – spiega – è stata creata nel 2000 per separare le due comunità: finora non c’erano mai stati conflitti perchè entrambe le parti rispettavano l’accordo di non attraversamento. Gli scontri sono cominciati quando è arrivata l’Eulex: gli europei appoggiano gli albanesi nella costruzione delle case e noi ci sentiamo circondati”. Era già successo negli anni ’80, quando gli albanesi kosovari avevano cominciato a costruire nuove abitazioni intorno al villaggio, e succede nuovamente oggi. Lunedì scorso (11/05) però è arrivato l’accordo con i rappresentanti dell’Unmik e le proteste sono cessate: anche i serbi infatti potranno ricostruire le proprie case distrutte o danneggiate nella parte sud durante la guerra di dieci anni fa. “Ancora oggi – commenta Milos – molti serbi kosovari sono costretti a vivere nelle enclavi, costantemente terrorizzati dagli albanesi. Noi non abbiamo obbligato nessuno ad andarsene, anche durante i bombardamenti non si sono avuti scontri etnici. L’errore degli albanesi – conclude – è quello di voler sempre tutto. Il futuro è la negoziazione, mentre l’integrazione tra le nostre comunità è difficile e non so quanto realizzabile”.

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Kosovo, intervista Zannier

giugno 7, 2009 · Lascia un commento

“Lo status del Kosovo è una questione risolta in modo parziale”: a dirlo è il rappresentante del Segretario delle Nazioni Unite in Kosovo e capo dell’Unmik- United Nations Interim Administration Mission in Kosovo Lamberto Zannier.
Dopo il fallimento dei negoziati di Rambouillet e i settantotto giorni di bombardamenti Nato sul territorio, la Risoluzione Onu 1244 del 1999 ha dato inizio al protettorato delle Nazioni Unite in Kosovo, confermando sulla carta i diritti di sovranità di Belgrado sulla regione. La provincia è stata affidata ad un’amministrazione civile dell’Onu, l’Unmik, e ad un contingente militare guidato dalla Nato, la Kfor.
“Con i negoziati Pristina- Belgrado del 2006 sullo status definitivo della provincia – racconta il diplomatico friulano nel suo ufficio di Pristina – si è cercata una nuova Risoluzione che avrebbe portato alla conclusione della missione. Purtroppo il Consiglio di Sicurezza si è spaccato e il Kosovo si è dichiarato unilateralmente indipendente: un precedente pericoloso che ha aperto un contenzioso amministrativo di non facile gestione. Con l’occupazione delle istituzioni da parte del nuovo Stato kosovaro – continua Zannier – l’Unmik ha continuato a portare avanti, nella maniera più neutrale possibile, il dialogo con entrambe le parti scatenando pesanti critiche da parte dei kosovari”.
Dopo mesi di trattative tra il Segretario generale Onu Ban Ki- moon, Belgrado e Pristina, il Consiglio di sicurezza ha approvato, il 25 novembre scorso, il piano che ha dato il via libera alla missione Eulex- European Union Rule of Law Mission in Kosovo. Gli esperti europei hanno il compito di sostituire, gradualmente e in coordinamento con essa, la missione Unmik, operando per la riorganizzazione delle forze di polizia, delle dogane, del sistema giudiziario, dei trasporti e delle infrastrutture, confini e protezione del patrimonio culturale.
La bandiera Onu, i divani blu pastello e la cravatta mandarino del diplomatico, regalano un tocco di rilassato colore, svecchiando l’austerità dell’arredamento circostante.
Zannier, seduto in poltrona davanti una tazza di cappuccino, racconta gli sviluppi della missione: “Si è aperta la strada per la riconfigurazione dell’Unmik. Si prevede una riduzione del 90% del personale impegnato (5 mila a fine 2008), pur mantenendo un attivo ruolo politico perché è sempre necessaria un’interfaccia tra le autorità kosovare, quelle internazionali e quelle che ancora non hanno riconosciuto il nuovo Stato”.
La missione Eulex, anche se operante sotto l’ombrello della Risoluzione 1244 e con un approccio neutrale rispetto all’autoproclamata indipendenza di Pristina, non deriva da una risoluzione Onu e per tale ragione è contestata come illegale sia dalla Serbia sia dalla Russia. Attualmente i Paesi che hanno riconosciuto il Kosovo sono 58, un terzo dei Paesi membri delle Nazioni Unite, e tra questi anche l’Italia, impegnata sul territorio con contingente militare a Pec e con l’Msu- Multinational Specialized Unit dei Carabinieri a Pristina, cui contribuisce un contingente della Gendarmeria francese.
“A metà 2010 la Corte di Giustizia si esprimerà sulla legalità dell’autoproclamazione – continua Zannier – l’iter è lungo e l’opinione non è vincolante. I punti di vista sulla questione sono due: la dichiarazione è legale, e quindi compatibile con la 1244, o illegale. Coloro che hanno riconosciuto l’indipendenza sono stati mossi dalla convinzione che indietro non si sarebbe più potuti tornare”.
Con il sopravvenire dell’indipendenza, si è presentata anche la questione delle “leggi applicabili” per il Kosovo: “I regolamenti Unmik sono stati sostituiti da quelli kosovari – aggiunge con un’esemplificazione – da febbraio non esistono più le dogane ed è stato necessario cambiare i timbri Unmik convincendo i Kosovari a passare dalla prima dicitura “Repubblica Kosovo” a “Kosovo Customs”, anche se i serbi non sembrano ancora soddisfatti”.
La tensione vibra nell’aria frizzante. Leggenda vuole che il Kosovo sia la terra dei corvi: migliaia di fantasmi neri ricoprono il cielo quasi a ricordare che nulla è passato e che tutto è ancora aperto. Il tempo delle cicatrici non è ancora arrivato.

mercato, sabato mattina
Mitrovica, città multietnica nel nord del Kosovo, è il luogo simbolo di queste ferite: il ponte sul fiume Ibar la divide in due, albanesi kosovari a sud, serbi kosovari a nord. Nel quartiere di Brdjani (Kroi i Vitakut in albanese), da due settimane decine di manifestanti serbi si oppongono alla costruzione e ricostruzione delle case degli albanesi nella parte nord della città. I fumi dei gas lacrimogeni, lanciati dalle forze Eulex, arrivano fin dentro i giardini delle case, la gente lamenta la perdita di api e galline mentre l’avanzata serba verso la “linea gialla” viene interrotta a poche decine di metri dal traguardo dalla Kp- Kosovo Police, supportata dalle unità speciali del Rosu- Regional Operation Special Units. Oltre il confine, gli albanesi kosovari lavorano alla costruzione di sette nuove abitazioni: “Perché a loro è stato dato il permesso di costruire e noi invece non possiamo tornare alle nostre case a sud?” – si chiedono i serbi. L’accordo con i rappresentanti dell’Unmik è arrivato lunedì scorso ed ha portato ad una tregua delle proteste: anche ai serbi è stato infatti concesso di ricostruire le proprie case distrutte o danneggiate nella parte sud durante la guerra di dieci anni fa. Da una parte gli albanesi kosovari rivendicano il diritto di tornare alle proprie case distrutte durante la guerra del 1998- ’99, dall’altra i serbi kosovari temono l’espansione albanese verso il proprio esiguo spazio, per altro già spartito con le altre minoranze etniche, lamentando violenze ed una latente insicurezza.
“Le Nazioni Unite – commenta Zannier – non sono mai riuscite a creare un’amministrazione omogenea a nord, dove sono sopravissute le istituzioni locali o gestite direttamente da Belgrado. Tra i grandi problemi ancora da risolvere spicca quello della riconciliazione. Pur mancando un rapporto di causa- effetto, l’attuazione dell’Asa- Accordo di Stabilizzazione e Adesione all’Unione Europea, e la successiva entrata della Serbia, costituiranno certamente un valido aiuto anche ai fini della risoluzione del problema Kosovo”.

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La PARETE

giugno 3, 2009 · Lascia un commento

Il mio caporedattore mi ha passato un libro.
Forse avrà voglia di sondare la mia immaginazione o semplicemente chiedermi un finale al quale anche lui non ha trovato risposte.
La Parete mette i brividi. Alta fino a sfiorare il cielo, piatta, fredda e trasparente. Quasi non voglio immaginare la sensazione che ha provato la protagonista nel toccare quel muro di ghiaccio, e rendersi cosciente di esserne circondata, senza via di fuga. Un cane, diversi gatti, una mucca e il suo vitello le hanno tenuto compagnia per due anni e mezzo, in una valle alpina dimenticata dallo scorrere del tempo.
Una donna geniale attraverso la quale inevitabilmente s’intravede l’autrice, costretta a dimenticare il passato e il futuro per sfuggire al pensiero di un presente angosciante.
Aperta la porta dei sogni e scacciati i fantasmi, niente è più mostruoso di quel che appare. La Haushofer si sarà certamente fatta un gran bel viaggio, ma forse non ha pensato all’arrampicata.

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