
Il responsabile di carrozza è pedante e non smette di ricordare che le donne devono indossare il velo, specie fuori dal treno, alla stazione, bisogna coprirsi bene o sono casini. Alle prime luci dell’alba il serpentone iraniano si mostra in tutta la sua sontuosità: la moquette è dappertutto, poco ci manca di vedere tappeti appiccicati al soffitto; dalle tendine color speranza si infiltrano timide fasce luminose che rivelano un arredamento retrò, vibrazioni paglierine e del marrone antiestetico. I finestrini sono appannati e l’ambientazione è resa ancor più caratteristica dal persistere di antichi odori umani che nessuno ha ancora provveduto ad ossigenare.
In cuccetta adesso siamo noi quattro europei: Felix mollerà il colpo a Tabriz, mentre io, Luis e Matthias abbiamo già cominciato il conto alla rovescia.
L’ultimo giorno in treno, stasera finalmente arriveremo a Teheran.
Dopo la notte intorpidita dal freddo e dalla veglia, ci concediamo qualche ora di sonno.
Distesa sul lenzuolo che ricorda più la carta di giornale che un tessuto di cotone, mi abbandono ai pensieri belli, tanto semplici da apparire infantili. Guardo gli altri russare, ascolto il suono delle rotaie, ogni tanto sposto la tenda e vedo gli alberi scorrere fuori come emozioni imprigionate dentro un tamburo di latta. Un colore ambrato permea ogni cosa, i prati luccicano e le scintille appaiono e scompaiono ad intermittenza. Vorrei dormire o continuare a fantasticare, immaginare una volta ancora l’Iran che mi aspetta, i volti da fotografare, le strade, i racconti da scrivere, il bazar, gli occhi, le mani della gente, le sue parole. Tutto è indefinito ancora, e mi sento libera: mi diverto a contornarlo, a creare situazioni, luoghi e umanità, nell’attesa che alla realtà fittizia si sostituisca presto l’esistente con le sue regole.
“Passports!” – urla la voce dopo aver spalancato lo sportello della cuccetta – Con le teste ancora sotto la coperta, porgiamo diligenti i documenti e ci facciamo riconoscere sbarrando gli occhi sbigottiti dalla luce. I controlli della polizia non danno tregua, si ripetono regolari ma non distolgono dal breve letargo.
Al risveglio Felix non c’è più, abbiamo già passato Tabriz.
Comincio a sentire l’eccitazione dell’arrivo, i movimenti si fanno veloci e quella sensazione di forzata immobilità nella quale prima mi crogiolavo comincia adesso a farsi stretta.
Anche la testa è asfissiata dal caldo quando ci fermiamo in un’assolata stazione per la preghiera del Ramazan: il canto del muezzin dura venti minuti, un’eternità, durante la quale tutto si ferma, uomini, mezzi e servizi. Alla fontana c’è chi si lava i piedi, un padre col figlio si riparano all’ombra di una piccola pianta, e una lunga fila di tappetini adorna lo spiazzo d’ingresso alla stazione. Intere famiglie scendono dal treno, si fanno posto e in ginocchio cominciano a pregare. “Fermare un treno per pregare?” – mi domando mentre osservo la scena dalla carrozza ristorante – Certo può far sorridere, al Paese nostro non succederebbe se non per ragioni sindacali. Mi pare un vero sfoggio di ricchezza, questo tempo prezioso che i fedeli si concedono per parlare con Dio, e la loro preghiera altro non è che un pretesto per non dimenticare se stessi. Sarebbe forse il caso di tenere a mente certi atteggiamenti e farne tesoro.
Concluse le cerimonie, il Trans Asia riparte: ai due tavolini di fronte una coppia conclude incurante il pranzo, io aspetto di vedermi servito il caffè, mentre la carrozza si anima di thermos e piatti di riso colorati di zafferano.
Gli iraniani sono un popolo dall’ospitalità incredibile, non c’è luogo nel Paese dove ci si possa trovare soli e abbandonati: indirizzi, numeri di telefono, contatti, consigli di viaggio e trasporto abbondano sulla tavola insieme alle cartine geografiche e ai bicchieri di chai. “Questo è il mio numero – dice Hamid con fare pomposo – ovunque tu decida di andare basta che mi chiami e ti farò trovare tutto il necessario.

Questo è il numero della mia fidanzata a Mashhad, lei parla inglese, vi capirete. E questo è per te, ne avrai bisogno per telefonare, dentro dovrebbe esserci ancora qualche spicciolo”. Il vecchio volpone mi regala una sim telefonica: i rifiuti non valgono a nulla perchè quella scheda me la porterò appresso lungo tutto l’Iran, insieme ai numeri dei conoscenti che vi ha dimenticato registrati. Non ci si può negare un regalo fatto col cuore, e quella sim tanto utile quanto perennemente irrintracciabile, mi permetterà di chiamare una bellissima donna architetto di nome Noushin, conoscere il mio interprete e insegnante di farsi Arash, raccontare la vita della piccola Toeh, scambiare punti di vista con il caro professore filosofo Musa..
Capisco adesso perché la gente abbia scelto il treno, il Trans Asia, per tornare verso casa. Per me si è trattato di curiosità, per loro è la vita. I tempi rallentati, le pause, l’avanzare per incognite, le sorprese, non sono soltanto dettagli ma il succo dell’esistenza. Certo il treno permette di trasportare molti bagagli, smerciare, fare affari, muoversi, camminare, sentirsi più ad agio che su un autobus o in aereo, ma non è solo la comodità a farla da padrona. Quel treno appartiene all’Asia per una ragione che sarà difficile da capire fintanto che ci ostineremo a pensare alle strette di mano come a fugaci presentazioni di circostanza. E’ l’approccio quello che fa la differenza, il modo di intendere i rapporti umani, il significato che attribuiamo loro e, in fondo, quanto di noi stessi siamo disposti a concedere senza aspettare nulla in cambio.
Piove a Teheran il 30 agosto. Gocce leggerissime e sporche di fuliggine. E’ mezzanotte e regna uno strano silenzio. Capiamo di essere arrivati in stazione solo quando usciamo dall’entrata e i taxi fanno la fila per acchiapparci. Presto una manciata di toman a Matthias e salgo sull’auto gialla.
E’ sempre un gran piacere abbandonarsi alla guida di un tassinaro dentro alla città sconosciuta, sorridere al sottofondo folcloristico di una radio locale, curiosare tra le insegne nella notte, assorbire l’odore di novità che sale dal finestrino abbassato, e decollare su di una lunghissima pista asfaltata, dritta, brillante e fradicia di aspettativa.